Passeggiata nella notte

Passeggiata nella notte (Elena R. Marino, Editore: Bookabook, 2022), un titolo che fa presagire prevalenza di oscurità e mantiene le premesse; contravvenendo alla buona norma di non giudicare un libro da copertina (e titolo, of course), mi sarei aspettata anche un elemento più marcatamente onirico, invece non c’è, se non a tratti. La lettura di questo romanzo mi ha evocato atmosfere alla Kundera oppure di certa letteratura italiana tra anni 80 e 90. La scrittura è lucida, razionale, coinvolgente, condotta con linguaggio piano e pulito, senza alcun regionalismo. Traspare un pensiero analitico e l’attitudine all’osservazione. Dall’abbozzo narrativo iniziale che si dilata in raffinate riflessioni psicologiche e descrizioni minuziose di stati d’animo, a poco a poco si sviluppa una scena molto concitata. Gli eventi diventano incontrollabili, gli ambienti opprimenti, più che altro ci vengono presentati interni ed esterni. Penso a Cecità, ma, ovviamente, il gioco dei riferimenti è tutto mio, un esercizio da lettrice/scrittrice. La storia potrebbe essere ambientata ovunque, non mi pare ci siano particolari caratterizzazioni geografiche, anche se l’impressione è di trovarsi a nord.

Il senso di armonia della struttura e la misura della lingua si rispecchiano nella presentazione dei personaggi che non appaiono debordanti nemmeno quando si mostrano nelle loro dinamiche relazionali più tossiche, nella debolezza della frustrazione, nel fallimento. Sotto la lente dell’autrice passano le difficili e complesse vicende familiari, lo scontro generazionale, il rapporto genitori figli, l’incomunicabilità, la norma violata, la famiglia in frantumi tutt’altro che nido accogliente. Nessun figlio amorevole e nemmeno una madre eroina. Di sicuro, si avverte il background dell’autrice (regista teatrale e drammaturga), non solo per l’ideale suddivisione del libro in atti, ma soprattutto per l’attenzione prestata ai dialoghi, mai didascalici e nemmeno scarni, per l’impostazione visiva delle scene e l’importanza data alla componente azione. Per via del forte impianto psicologico del romanzo scandito dalle riflessioni della voce narrante con la sua continua ricerca di nessi e spiegazioni a comportamenti, il tentativo di dare e ricevere comprensione pur accettando di non essere del tutto in grado né dell’uno né dell’altro compito, Passeggiata nella notte si potrebbe forse definire un romanzo introspettivo. Nonostante le scelte talvolta controcorrente e altre conformiste, la protagonista Sofia appare logica e razionale, analitica. Alla fine, la paura più grande è fallire, pensare di avere “buttato via la (…) vita per sentimenti falsi o inutili” o di averla distrutta “nella confusione della (…) volontà”, quella stessa volontà tanto invocata da Viktor sempre in lotta per recuperare l’amore di Sofia e ricostituire la sua famiglia, scopo di vita e strumento di accettazione sociale. Sofia, madre fuori dagli schemi, imperfetta, immatura, si delinea come personaggio non positivo e nemmeno negativo, in una parola totalmente umano. Un po’ com’era uso della tradizione classica, si riprende la riflessione su vizi e virtù, pregi e difetti. Il personaggio di Sofia compie un’evoluzione – non pienamente compiuta, a dire il vero – che va dal riconoscere le “maschere della volontà” fino a rifiutarne le convenzioni sociali che le delineano, ovvero quelle “questioni risolutorie a norma di ragionamento”. “Come mi vedevano gli altri?”, si chiede prima di accettare il ricatto di tornare alla Villa, non di certo l’Eden, semmai sorta di prigione dorata con “strati di vicende umane” che si attaccano ai muri. Nel finale shock, il ritorno a quella volontà a cui non ci si può sottrarre. Xenia, saggio personaggio secondario, affida a Céline un monito valido per tutte le maschere coinvolte nel teatro della vita:

“Quando non si ha immaginazione, morire è poca cosa”.

Giusi Sciortino

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