Il ritorno di Mario Grasso alla poesia: un nuovo Vocabolario Siciliano, Algebre e Sigilli.

Dopo diciotto anni di silenzio poetico Mario Grasso ritorna alla poesia, non con uno, ma con ben due libri, uno in italiano, l’altro in dialetto siciliano. Si riprende la tradizione del vocabolario siciliano in Vocabolario siciliano due (Prova d’Autore, 2021) e il fascino per cabale misteriose in Algebre e sigilli (Prova d’Autore, 2021).

Come dice lo stesso autore in introduzione ad Algebre e sigilli, i versi di questi due libri sono già apparsi a firma Sara Smigòro per l’italiano e Turi d’a Rasula per il dialetto, due degli eteronimi del poeta.

Ovviamente le differenze tra le due opere non riguardano solo il codice linguistico, ma anche il tono generale, l’impostazione, l’ispirazione. Mentre nell’opera in lingua nazionale, pur non rinunciando all’ironia pungente, si tende alla «verità di uno qualunque», nel vocabolario si sperimenta maggiore gusto per il grottesco e per l’invenzione che si configura come puro ludus. Entrambe le opere sono suddivise in due parti, di cui la seconda più esigua: Algebre e Sigilli si apre con una sezione che riprende il nome del titolo e si chiude con Il nulla, bellissima lirica dedicata a Virginia Woolf; In Vocabolario due, invece, la parte conclusiva del volume, presentandosi come un’innovazione assoluta rispetto al primo Vocabolario, si compone delle prose poetiche Sdillirii di matinata (Deliri del mattino).

Proviamo a vedere un po’ più da vicino queste cabale benigne che richiamano il poema Concabala, magari si potrebbe cercare di risolvere la Formula perenne, chissà che qualche attento lettore avvezzo ai saperi alchimici non riesca, non dico a ricavare oro dal piombo, quanto a decifrare il fioco ludo che il poeta ci offre come ristoro agli affanni di anima e mente. Io intanto seguo il cammino tracciato dalle virate intime tra mito e quotidiano (volo, piume e penne), alla scoperta delle cabale inscritte ne Il tacco della luna, nei perpetui sigilli dell’ora tarda, durante la notte verso cui l’uomo sempre si volge per guardare Il punto alto del giorno o dell’esistenza, ora «teatro di anime assassine» ora commedia in cui si compare talvolta a «dire niente per condire tutto», altre per porgere un saluto, fare un cenno, ricordare il bello che fu e resta, soprattutto godere della bellissima festa del sogno. Che meraviglia la vita, seppur mai si saprà «Come comincia finisce l’ombra» e, sebbene possa accadere che sia «tutto infine un vero tradimento», rimane sempre l’amore da custodire, preservare, non sciupare: piano! ché «in amore è più il silenzio». Il nulla stesso è tutt’altro che vuota assenza, quanto un significativo cupio dissolvi o un «protervo desiderio / di censire il Nulla», almeno apporre il sigillo che va a esplicare ogni algebra e cabala, tra l’altrove di catene montuose lontane, venti africani e mari sconosciuti dai fondali popolati da mostri senza occhi.

Alle reminiscenze classiche si alternano frizzi e lazzi memori di autori satirici come Trilussa (Meo del cacchio) con conseguente registro ricchissimo e mobile, così come l’immaginario del poeta dall’occhio comprensivo con chi a questo mondo «si crede Dio, chi lampadario», ma anche implacabile se serve, come nei confronti dei lecchini inevitabilmente falsi. Le Algebre che si offrono al lettore non sono muti arcani, bensì indizi da leggere e decrittare: per esempio, un elemento apparso in Morsi e Ricorsi viene ripreso in Come sopra così sotto fino a Il nulla, a fine libro: «Clizia Machiavelli, scena prima, Atto Secondo».

L’opera è nota, il riferimento pure. Scende il sipario. Che succede? Un gesto, una mano sull’avambraccio, un congedo fuori dagli schemi. Un’uscita di scena in grande stile, non c’è che dire.

Andiamo adesso a Vocabolario siciliano due: si tratta della continuazione ideale del primo corposo Vocabolario siciliano (Prova d’Autore, 1987). Adesso, abbinati ai testi non più immagini di sculture del mondo artigiano e contadino scomparso, bensì altrettanto emblematiche foto di volatili in via d’estinzione, come appunto il dialetto a cui Mario Grasso riconosce piena autonomia e dignità e che riesce a far volare alto. Ai volatili sono dedicate diverse liriche, per esempio alla Currulundina (allodola cappellina), ai Cavaleri d’Italia e alle cicogne. Il modello ricalca quello già noto: si inizia con la A e si prosegue fino alla Zeta, con una costante imprescindibile: il piacere inestinguibile del divertimento. Il verseggiare vario nel metro e nella forma è caratterizzato dalla presenza di assonanze, allitterazioni, effetti fonetici che creano un ritmo e un’impronta inconfondibile. Il tono non si fa mai totalmente farsesco ma neanche tragico, oscilla tra i due estremi del sentimento, imprevedibile quanto la vita. E poi l’amore tout court «ma ‘u centr’i tuttu è cc’u diri Amuri». E così si passa con disinvoltura da testi come Amuri ad Appisu (invettiva contro i tanti porci umani di ieri e oggi); d’altro canto, se si guarda verso Celu e terra, è solo un attimo prima che il poeta si fermi di nuovo sull’animale uomo, coacervo di vizi e virtù, sempre allergico alle catene e desideroso di libertà. Libertà: quanto ne avremmo bisogno di questi tempi…

Di vizi ne incontriamo tanti in queste pagine (Ritratto d’a mmidia), ma non si manca di sottolineare il valore dell’amicizia che va al di sopra degli interessi personali. Si procede tra momenti di Gioia e spinnu di pazzia, Guai e metafore come quella della Grasta che ospita «çiura c’aggigghia ‘n grasta persa» (fiore che fa radici in un vaso a perdere). Non viene mai meno l’attaccamento di Mario Grasso alla Sicilia di cui sottolinea e accresce il genio, fosse Pirandello Archimede o Musco, a quel mondo antico che pure corre, va veloce, ma dove se non indossa nient’altro che un paio d’ali di cera?

Intanto si vive e si prosegue il cammino, a volte s’incespica altre si corre, cedendo a quel vagheggiare circa un futuro incerto e sconosciuto con cui il più puro spirito siculo rinuncia a fare i conti se è vero che non ha previsto tra i suoi tempi il futuro. Poi ci si lascia andare al ricordo da cui affiorano ombre di carta, affetti e amici che non sono più (Ddoppu): Maria Corti, Giovanni Raboni, Giuseppe Pontiggia, Carlo Bo e via dicendo. Con l’affettuoso appellativo «Zzu Nardu» (sempre con quel raddoppiamento consonantico a inizio parola) Mario Grasso si rivolge a Leonardo Sciascia, cui il rispetto più che la piccola differenza d’età impedisce forse di dare del tu.

Questo secondo vocabolario presenta, se possibile, una più evidente vena ironica rispetto al primo, un sarcasmo pungente che investe anche temi di stringente attualità: l’ecologia, per esempio, la corruzione, la politica. I testi possono essere molto irriverenti, con quell’arcobaleno che esce da chissà dove: bisognerebbe chiederlo a Mara Sbirra (vecchia conoscenza) «Quannu si menti tutt’a culu a ponti». Sulla Sbirra (delatrice), tronfia e presuntuosa che pretende perfino un monumento, si elabora una vera e propria epopea: sappiamo dov’è nata, in che località risiede, che beve in maniera sconsiderata e che trascura l’igiene. Altra vecchia conoscenza è Ninu Taddarita (pipistrello); compaiono poi personaggi e tipi umani nuovi, per esempio la spocchiosa Donna Cirasa (Donna ciliegia) o Giuvanni Tigna (calvizie).

I proverbi o «pinzeri di saggizza» (inediti come «acqua ca scurri e va senza zzappeddu / spedica casa palazzu e zzappeddu» o ben conosciuti come «Càliti juncu picchì passa ‘a china») costellano queste pagine; ritornano i Miniminagghia, ovvero indovinelli, gustosissimi e impossibili: chissà, forse riuscirò a risolverli, oppure a farmeli rivelare. Oltre al lato faceto della saggezza popolare, in qualche caso ci viene servita anche l’indagine filologica, per esempio per il celebre proverbio (errato) «Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco»: per Grasso la parola gatto è sicuramente impropria. L’equivoco viene spiegato in una delle poesie: quattro erano le forme di pane donate dai ricchi ai poveri monaci che chiedevano la questua. Dunque, quattro non gatto. La vera novità della raccolta sono però i brani Sdillirii da matinata, con testi dal tono trasognato del racconto intriso di simbolismo Focu Freddu a Catania a quelli più scanzonati come Sugnu Nunziu Chitarruni, un altro dei tipi umani generosamente tratteggiati nel volume, personaggi esilaranti frutto d’invenzione o recupero di fantasia, come assicura l’autore in prefazione. Di “alias” e “pecchi” (rimando per la questione al saggio Campanili Siciliani che ho avuto il piacere di firmare) c’è qui una bella carrellata: Antoniu Culufriscu, Jaunu Spaccapirita, Pippu Pruvulavagnata sono solo alcuni.

Sperando che la compilazione di un dizionario poetico delle parole del dialetto siciliano più autentico non venga interrotta ma ripresa da quanti hanno a cuore il patrimonio immateriale della bellissima terra di Sicilia, mi auguro che venga sempre più riconosciuto il valore artistico, oltre che di recupero operato sulla parola, da parte di un artista generoso e dalle mille sfaccettature come Grasso che ha elevato il siciliano da dialetto a lingua d’arte tramite l’immane tentativo di creare una vera e propria koinè (e se non è l’opera letteraria a poterlo fare, cos’altro, mi chiedo?). Io credo fermamente che della poesia dialettale (e non solo) di Mario Grasso si parlerà a lungo.

Giusi Sciortino

In foto: Mario Grasso e Leonardo Sciascia alla Noce

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