Il piacere (negato) come approccio creativo alla vita

Tutti a riempirsi la bocca con la parola amore e le sue innumerevoli sfumature. E il piacere? Chissà perché, spesso il concetto di piacere viene associato ai bassi istinti, a qualcosa di corporeo e pertanto esecrabile poiché peccaminoso, vizioso. Ci ho pensato spesso a tale equivoco, o peggio ancora preconcetto, finché non sono incappata in questo libro: IL PIACERE Un approccio creativo alla vita (L’astrolabio) di Alexander Lowen, psicoterapeuta e psichiatra statunitense. Non una delle mie letture abituali, sebbene non di rado mi capiti di spaziare in campi diversi rispetto a quelli a me più familiari, ovvero la narrativa e la poesia. Si tratta di un libro interessante, scritto in maniera chiara, dunque adatto anche ai non addetti ai lavori.

Non ne farò un sunto e non tratterò tutti gli argomenti affrontati, alcuni dei quali molto specialistici per la verità, mi limiterò piuttosto a esporne alcuni punti focali, oltre alle riflessioni personali che la lettura del testo mi ha suscitato.

Innanzitutto, ritengo abbastanza ragionevole affermare che la netta distinzione tra mentale e corporeo comunemente accolta dalla società tardo capitalistica e spesso operata sia in ambito etico-religioso che scientifico, abbia indotto nel singolo tutta una serie di conflitti emotivi come senso di inadeguatezza, vergogna, paura che hanno avuto effetti dirompenti nella collettività producendo non pochi danni.

Rincorrere un sogno astratto di felicità fa trascurare totalmente l’idea più semplice di piacere, ovvero quello naturale legato alla vitalità e alla consapevolezza del corpo, dei suoi processi, la respirazione e il movimento, innanzitutto. Il bisogno egoico della conoscenza e dell’apprendimento soddisfacenti per l’individualità non dovrebbe mortificare il bisogno animale di sentirsi in connessione con il corpo e la natura, di godere della crescita, del giusto nutrimento, del sesso scelto liberamente e fatto con gioia e senza sensi di colpa. È stato sviluppato un concetto di “luminescenza” (si parla di campo di forze o aura) per indicare la radiosità degli esseri umani: ci accendiamo di piacere, ci brillano gli occhi, emaniamo luce. È quest’idea gioiosa e luminosa che meglio si attaglia al concetto di piacere, non quella di divertimento, prodotto consumistico che vorrebbe riempire la noia con occupazioni che dovrebbero risultare piacevoli.

Ora, negare il predominio del corpo (seppur con le migliori intenzioni), la gioia derivante da un giusto rapporto con la propria fisicità oppure, all’opposto, concentrarsi sulla ricerca di un piacere frutto di ideologie, mode, estremismi finalizzato all’acquisizione di prestigio e accettabilità sociale, non può che essere deleterio per chi interiorizza tali precetti. Tutto ciò non si configura più come piacere, ma potere. La sospensione del piacere in nome dell’affermazione dell’io attraverso il sacrificio, l’abnegazione, la forza di volontà attuata come scelta preponderante di vita e non come istinto di sopravvivenza in caso di minaccia, crea individui impauriti, frustrati, infelici.

Se riflettiamo su un certo ideale di successo e, per converso, su quello di fallimento noteremo facilmente che esso non è in alcun modo correlato all’idea di piacere, quanto a quella di scopo. Per esempio, il bisogno di gratificazione e quindi di riconoscimento richiesto spasmodicamente all’individuo dalla società sottrae e rende monco il piacere che procura la semplice realizzazione di qualche tipo d’impresa, opera o manufatto attraverso l’eccitazione provata durante il lavoro necessario per la sua fabbricazione e la soddisfazione/appagamento dato dalla sua realizzazione. Qualsiasi tipo di gratificazione passa per il corpo.

Lottare per il successo, per rincorrere il sogno di uscire dall’anonimato insito nella struttura stessa della cultura di massa è perfettamente in contrapposizione alla spinta all’omologazione necessaria all’accettazione del singolo da parte del gruppo. Così facendo, si viene a creare una sorta di “doppio legame” (per citare Bateson, Verso un’ecologia della mente, 1972) che rende gli individui nevrotici e schizofrenici. I presupposti di questa corsa alla realizzazione personale sono in generi illusori, pertanto, anche quando l’obiettivo sarà raggiunto, ci si sentirà depressi, specie se l’individuo non avrà avuto nulla da esprimere se non i valori impostigli dal sistema con cui si è identificato facendosene portavoce, evangelizzatore per gli altri individui suo malgrado. Inutile dire che in questo schema di competenza/competizione gli individui più avvantaggiati sono anche quelli più aggressivi, senza scrupoli e totalmente orientati alla volontà dell’io. Non stupisce a questo punto il comune disprezzo verso scelte controcorrente di forme di vita appartata, solitaria, naturale e neppure il biasimo nei confronti dell’impegno in attività che non siano remunerative, almeno nel breve termine. In quest’ottica pare chiaro che ai più la poesia appaia patetica, dato che non vende, e che lo scrittore sia l’uomo che si è arricchito tramite la vendita dei propri libri, a prescindere dalla bellezza delle opere e dal piacere provato durante la loro realizzazione. Anche il valore della vita viene snaturato: bisogna preservarla a ogni costo, salvo poi ammettere una scarsa qualità della stessa. L’uomo di potere è per definizione egoista, dispotico, macchina da lavoro che prova repulsione per i sentimenti. Un essere del genere viene tenuto in gran considerazione da chi si riconosce debole, e la debolezza è prima di tutto fisica. Potere, volontà e controllo vanno a braccetto. Il piacere invece è armonia ed equilibrio tra il corpo e l’ambiente circostante.

Rifiutare le proprie sensazioni e ambire all’autocontrollo, alla repressione delle pulsioni fisiche significa farsi violenza, perdere il contatto con la realtà, diventare soggetti schizoidi privi di oggettività e capacità di giudizio. In tal modo si diventa esseri facilmente manipolabili, consumatori compulsivi oppure sudditi impauriti a seconda del condizionamento più funzionale al mantenimento del sistema che esercita il potere in un dato momento.

Chiaramente, ci sono beni che non si comprano, come l’amore, la salute, il benessere psico-fisico. Inoltre, cosa sarebbe un uomo senza corpo se non un essere non vivente? Perlomeno, non senziente? Eppure, nemmeno la religione e la morale corrente, pure la più democratica, si sono risparmiate dall’instillare un senso di colpa legato al corpo. Si sente biasimare l’esposizione di corpi sessualizzati (in nome di saldissimi principi morali, certo), però rimane qualcosa di morboso nella negazione della dimensione corporea operata dalla volontà. Uccidere gli slanci più naturali dell’essere umano per sedarlo, spersonalizzarlo, manipolarlo, dargli cibo spazzatura, fornirgli esempi di uomini competitivi, assicurargli sicurezza tramite rigidità e controllo avrà come conseguenza la negazione della sua libera espressione e l’impossibilità di liberare il suo potenziale. Il piacere negato per mezzo degli strumenti (del potere) cospira a favore del potere. Più si è insicuri nel proprio corpo più si va alla ricerca di gratificazioni e dunque si ambisce a quel potere assieme salvifico e castrante.

La creazione mitica dell’eroe è necessaria a veicolare il più possibile (tramite i mass media) un tipo di mentalità e di società i cui principi e valori vedano il volere/potere (da veicolare) contrapposto al corpo/piacere (da stigmatizzare).

Si è a un tale livello di egotismo che l’uomo dimentica la sua vera natura e agisce come se fosse l’unica volontà presente sulla terra: un orgoglio inedito nella storia dell’umanità. Un corpo utilizzato per ottenere potere non realizza il suo fine ultimo che è il piacere. Quando tra due soggetti alla dialettica della condivisione e del piacere s’instaura quella del potere il rapporto decadrà irrimediabilmente: ciò avviene nei rapporti più disparati, genitori-figli, di coppia o amicali. Il potere dovrebbe (e potrebbe) essere un mezzo per poter aumentare l’esperienza del piacere, non il fine ultimo del lavoro dell’individuo. Godersi la vita non è peccato, abdicare ai modelli di successo e rifiutare quelli di fallimento è non solo possibile ma doveroso quando c’è in ballo la salute emotiva della persona e il benessere (reale) della collettività. Una civiltà schizofrenica, egoista, aggressiva, impaurita è destinata a non sopravvivere a se stessa. «Con il piacere, la vita è un’avventura creativa; senza il piacere, è una lotta per la sopravvivenza». Senza consapevolezza delle nostre potenzialità siamo bambini che si affidano ai genitori, a esseri più esperti nelle mani dei quali rimettiamo le sorti delle nostre vite. Bisogna riappropriarsi al più presto della libertà di poter decidere senza l’onnipresente condizionamento del potere politico, sociale, economico. A bruciare, a rischiare di crollare è molto più di una casa, è l’intera base della nostra civiltà. Siamo diventati una società di zombie, morti viventi bisognosi di essere rammendati, curati, eppure senza alcuna speranza. Riprendiamoci il piacere della libertà di sentirci vivi, sani, vitali. Per la morte avremo tutto il tempo dell’universo: l’eternità.

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