UN CIELO TUTTO DA INDAGARE TRA ALGEBRE E SIGILLI. LA VITA COME LETTERATURA IN MARIO GRASSO. Di Marina Guerrisi

Trascorsi dieci anni dal primo personale incontro con il poeta siciliano Mario Grasso, giunge naturale volgersi alla recente raccolta di poesie che lo riguarda, dal titolo Algebre e Sigilli (Prova d’Autore, Catania, 2021), con passo di gratitudine e, certo con meno facilità, inanellarne il continuum con la poetica che lo contraddistingue, quel complesso gioco d’uscite e ritorni, paradossalmente rinvigorenti “ogni fiacco viandante baluginante di foschia”, come direbbe Angelo Maria Ripellino, ogni peregrinare vischioso che ritrae nell’incrinatura praghese, con varianti romantiche, colui che indaga, bramoso di verità e di bellezza (Praga magica, 1973) e che il nostro tempo forse traduce malamente nella dissipazione forzata della chiacchiera virtuale. Alla luce di questo scenario saldamente inquieto e smaliziato, che Montale disegnò, a suo modo, in Fine dell’infanzia (Ossi di seppia, 1925) come l’attesa di un procelloso evento, è utile per sintesi scovare almeno tre appuntamenti con la poetica screziata di Mario Grasso. Il primo si snoda lungo le vie di Concabala (Scheiwiller, 1987) e Tra compiute lune (Sciascia, 2003), il secondo appare lungo i versanti narrativi di Fine dell’adolescenza (Prova d’Autore, 1992), il terzo si distende in Algebre e Sigilli, tra le “verità di uno qualunque”, come l’autore afferma in prefazione, affiancandosi, forse involontariamente, con quei “venticinque lettori” del Manzoni. Il primo transito, ampiamente apprezzato dalla critica letteraria come viaggio tra i principali miti e archetipi dell’umanità, ospita nella forma di poema filosofico le guglie tematiche della questione umana: il rapporto tra materia e anima, raffigurato dai bronzi di Riace, il cui fonditore ne forgia l’anelito, il desiderio, la tensione tra i sentimenti e il nulla, le cavità babeliche e informi dell’inconscio femmineo in eterno contrasto con la fissità viziosa delle forme altisonanti e apollinee, l’egocentrismo dell’artista o del poeta, additato come ciarlatano, contro il teatro che ne prosciuga le velleità e le presunzioni,  esorcizzandone i mostri e le elucubrazioni circolari, gli specchi e le illusorie pretese. Dentro questa cornice funambolica, l’antico trenino della Circumetnea insulare, lentissimo e rigidamente ancorato ai suoi binari privi di svolte, viaggia intorno al centro del vulcano, tema focale in Fine dell’adolescenza, il cui circuito non è mai un cerchio perfetto, tanto per l’effettivo binario mancato sull’ultima tratta del tragitto reale, quanto per la traduzione fedele di “circum”, non cerchio ma in cerchio. La letteratura come la vita è un fremito che si ripete, ma che a ogni ciclo sa dare sensazioni diverse (M. Magnano, D’intrattabile temperamento, 2018) – e questo è il prezzo dell’incostanza, tipica del femminile cangiante e approssimativo, donna-arte, donna-ricerca cui il poeta ritorna ogni volta, racimolando risposte e trasognate verità, da cui egli può soltanto partire e tornare, come Ulisse dalla sua Itaca, come Dante e tutti i desideranti nell’Amore che non serve, voci d’intromissione in itinere che invocano d’essere credute lungo il racconto della propria impresa, lungo le algebre dei ricordi, affinché queste non si prestino a divenire pallidi mulini a vento.  Algebre e sigilli, in questo tempo di pandemia, lungo la china adesiva che ricopre l’indifferente natura di leopardiana memoria o il sillabare dei sentimenti interdetti, abbozzati come aquiloni, vernici cosparse intorno all’indicibile cuore, al silenzio perpetuo dell’Amore – mettimi come sigillo sul tuo cuore, ricorda il Cantico dei Cantici – che come l’Arte non conosce definizione o scientifica occlusione teorica, o, ancor più liberamente, al Nulla, direbbe ancora il nichilismo attivo nel poeta  – non quello post mortem, quello d’ogni conflitto nel suo divenire, d’ogni fenomeno fisico, d’ogni grande ambizione. Un cielo, oltre il cielo che coglie la vista, tutto da indagare (Fine dell’adolescenza, 98). Qui – durante il volo parallelo tra libera tortora e piccione viaggiatore – è probabile che le attese per Godot si mostrino più leggiadre, meno nefaste, se accompagnate da un lieve senso di vigilia, dall’immagine propria ricreata dentro gli occhi dell’altro, amato mistero, se questa non cede alla spirale paludosa della malizia rimuginante (Il Centro), al dominio dell’ombra (L’ombra e la spiaggia), allo sguardo deformante e virulento che Grasso investe spesso su personaggi grotteschi e schizofrenici come Maphiubba, Mara sbirra e varie Martuffe-Sirene, presenti nelle opere precedenti, poli caricaturali del vizio letale e della presunzione egoica, della superbia e dell’anoressica inappetenza. La prima sezione dell’opera, Algebre, schiude al lettore un pieghevole ventaglio lunare, la linea discontinua che dall’anima al cuore, dall’ombra alla luce, lotta contro l’ansia di attese spasmodiche prive di esito, naturali cattività umane, prigioni del pensiero, impasse e censimenti per gendarmi mercenari, schegge morali e sessualità blindate (Fuoco in canna; Mine vaganti), restituite alle metallurgie di gratuiti freudismi per coloro che non conoscono la letizia delle attese, luoghi ove si “covano” i  grigiori della mediocrità, la viltà di cecchini senza scrupoli, i fondali ciechi dove anche l’inferno sembra pace (Inferno dentro può sembrare pace), le politiche di un presente che scambia beghe per streghe (Le streghe come occasione), pudore per livore, amore per rancore, tacchi per smacchi. L’eterno maturare del burattino legnoso. Anziché ripensare alle scale di Giacobbe o al microcosmo d’Ildegarda, linee variegate stemperate dai fervori dell’insensato, al tacco della luna che sfida il sole (Il tacco della luna), lungo la notte, nella festa del sogno, sfibrato il mare coperto da cadaveri di migranti in superficie (Contingenza) e da opali nei fondali, l’uomo pandemico si trastulla ormai in viatici sdoppiati per Frankenstein in ologramma: il “si può fare” dell’innaturale anelito alla vita riservato ai morti-viventi. Tuttavia, un tempo che in cancel-culture non intende più ricordare, ammansito dai dottori delle tenie, è come un bambino selvaggio irretito dal più piccolo gesto gentile, da parole non più restituite, come un giocattolo sconosciuto travisato per pistola dall’occhio dell’isolato. E se fosse solo una mancata carezza a impedirne il sentore? (Lettera ai Cari) E se, per ipotesi, lo stile-Novecento (Solo ai gufi), lo stile che tanto interessò la modernità di Joyce e le stanze solitarie di Virginia Woolf, le memorie olfattive di Proust o le cavalcate insolenti di D’Arrigo, divenisse per questo tempo di parodie e gialli polizieschi, privati del giusto velo d’incanto, soltanto una torbida accusa d’altra pestilenza? La letteratura, dunque, o meglio, il suo ingenuo albeggiare, la prima condannata da questo presente spogliato, le cui parole fuori conteggio non sono che uno sfregio, avvistamento da abbattere, prima che diventi torrente infestante, foce a delta, labirinto fatale, prurito in bottiglia (L’ombra agita il fuoco e Il poeta e la bottiglia). Questi i rischi paventati dal poeta ansioso nei confronti di un’impotenza sillabata, mozzata, tragicamente esposta a quello stile “trucchigno” che D’Arrigo affidava alle sirene, prive d’essenziale apertura alla vita, o alle presunte statue poste in perenne osservazione. Ecco che la seconda sezione dell’opera, Il Nulla, contiene l’assaggio di un breve riscatto: poemetto in dialogo con una Virginia antica, sirena della scrittura, che ha scelto la morte. Ma la vita, si sa, consiglia all’amica perduta il poeta emigrato, non si cede mai alla Nemica. Sempre meglio avanzare sotto il segno dell’attore o del buon fingitore, con la maschera che custodisce i segreti, tornare per il proprio inchino, l’atterraggio dal volo d’accozzaglie (Sogno atterrato a Boston) piuttosto che togliere i sigilli alla verità, privarla dei veli che la rendono “amata”, attesa cioè nel suo umbratile ritrarsi, che poi non coincide con il castrarsi. Scende dunque l’antico sipario – per i vecchi maestri del sospetto, i golem e, perché no, anche per i nuovi inquisitori in borghese dentro il teatro della vanagloria. In un tempo di spettri, su invito tacito dell’autore alla Virginia travolta dalle nebbie di fiume, sconfitta nella Waterloo degli addii, non resta allora che rispondere con garbo alle parodie di questo mondo mediante il gesto che a lungo accompagnò i nonni al loro fidato ombrello posto sul gomito. Dopo tutto – scriveva l’autore sul trenino circolare –  è cento volte meglio sillabare la propria solitudine a una carta col darle una scrittura, per quanto rozza o sconclusionata, che parlare a chi intende per non credere (Fine dell’adolescenza, 112). E, se si può, riuscire a colmare con un motto di spirito le paure ancestrali, forse tutte maschili, del mare profondo che, suo malgrado, ricrea la vita, sussultando per farsi conoscere un poco, prima di raggiungere il punto più alto. Questa la lezione ricorrente di un poeta siciliano, poliedrico uomo d’enigmi trasposti, capace di vegliare divertendosi, mentre tutti dormono, su cent’anni di futuro.

Marina Guerrisi

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