Cinque racconti sul divano dal libro delle facce

Ho ricevuto un regalo: la foto di nonno Peppe, o Giuseppe, sullo sfondo il podere di famiglia. Porta la coppola e una gerla carica di frutti sulle spalle. Uomo d’altri tempi, con una fede incrollabile nell’ideale socialista e una naturale propensione alla narrazione orale, popolare. Mi dicono che quando non c’era ancora un televisore a famiglia, le serate si trascorrevano assieme, a raccontare storie sul divano; c’erano degli standard, canovacci su cui ricamare, aggiungendo e togliendo qualche elemento ogni volta, tutto ciò nella viva lingua del popolo, il dialetto, cioè. Ricordo mio nonno soprattutto come una persona buona e mite.

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Sopra il mio divano troneggia la foto d’epoca di una bellissima ragazza. È la mia prozia Angela, o Maria, non ricordo, sorriso malinconico, sguardo profondo. Visse a Rosario, nei primi del Novecento, rimase vedova giovanissima, con due figli piccoli da crescere e morì a sua volta giovane, in circostanze che non mi è dato conoscere. Per l’occasione il fotografo ha fornito la «modella» di un abito di scena in cartone, più bello di quello vero, suppongo. Mio padre dice che le somiglio, io non trovo, ma non importa. Ogni tanto gli antenati vengono a trovarci in sogno, a ogni vita corrisponde una storia.

Disegno a matita (mio) della prozia

Ieri sono andata a trovare zia. Mi ha fatta accomodare sul divano, accanto a lei. È una maga dei rimedi casalinghi, mi ha consigliato l’olio d’iperico come ansiolitico naturale. Dove lo trovo? Chiedo. È importante prepararlo da sé, mi dice, e farne dono alle persone care. Serve un particolare fiore giallo che va raccolto nei giorni del solstizio d’estate e lasciato in infusione nell’olio d’oliva per quaranta giorni, fin quando il liquido non diventa rosso. Nelle culture antiche veniva considerato portatore di luce e protezione scaccia diavoli e allontana megere, potente contro il malocchio. Faccio scorta.

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Stamane beata, Beethoven, un libro. C’è puzza di bruciato. Mia madre dà l’allarme: «Al fuoco!». Metto addosso la vestaglia e vado in balcone: sul monte fumo e faville, un incendio. Gente per strada e alle finestre: «Chi è stato? Che succede?». I presagi c’erano tutti: neve, terremoti, pioggia ininterrotta. Zona rossa, altroché. Chiudo le finestre, impreco per un po’, poi mi calmo. Mi do da fare come posso. Cerco di carpire informazioni, dai vicini, da mia madre. Niente. Infine, faccio l’unica cosa possibile: torno sul divano, nascondo la testa sotto il cuscino, come da piccola.

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Sui divanetti del bar. Padroni e cani, le solite coincidenze significative. Lei, arcigna che urla: «Adesso basta Demon». Lui, pastore di grossa stazza, con quel nome poi, mette soggezione. A un certo punto, incredibile ma vero, la donna parlando con l’animale fa il mio nome: «Giusi, con la sua aria di comando, la detesto. Non ascolta mai, fa sempre come vuole». Mi guardo attorno, raccolgo le mie cose. Non sarò io, certo, però un po’ mi riconosco. Non si sa mai, meglio alzare i tacchi. Intanto Demon emette un latrato profondissimo. Me la do a gambe.

Per la foto di mio nonno ringrazio Eugenio Scaglione (fotografo) e Domenico Scaglione.

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