Limonov: tra intertestualità e contaminazioni letterarie.

Ho finito di leggere Limonov di Emmanuel Carrère (Adelphi Edizioni, 2011) e mi chiedo: quando leggo un libro quanti libri leggo e con quanti media interagisco? Sono sempre stata attenta a considerare i riferimenti intertestuali esterni (che si muovono cioè oltre il perimetro della specifica opera allargandosi nell’ambito di altri autori o linguaggi tramite citazioni, frammenti di codici e modelli già conosciuti e rielaborati, ritrasposti, ricombinati), lasciandomi guidare da essi nella scelta delle mie letture attorno e oltre il testo, un po’ come accade con i rimandi ipertestuali informatici, solo con una grande differenza: la lentezza, l’approfondimento, il contrario del tutto e subito. In questo caso, mi ha condotta verso Carrère il romanzo di una scrittrice italiana (qui); per rimediare, se così si può dire, alla mia scarsa conoscenza di quest’autore molto importante nel panorama contemporaneo di cui avevo apprezzato I baffi (qui), ho letto questo Limonov, un’opera molto diversa rispetto alla prima. Questo libro mi ha molto stimolata circa la questione dell’intertestualità. Tante le citazioni e i letterati russi e non solo richiamati, alcuni dei quali inseriti addirittura nella trama come personaggi, per esempio: i poeti Chlebnikov; Arseny Tarkovsky, padre del famoso regista; il premio Nobel Iosif Aleksandrovič Brodskij, di cui ho già parlato (qui); Bella Achmadulina (l’ho incontrata nei libri/rievocazioni di Mario Grasso); Evtusenko; lo scrittore Solženicyn; e ancora Philip K. Dick con il romanzo La penultima verità; la Chanson de Roland; il personaggio letterario Rastignac di Balzac; L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers), film del 1956 diretto da Don Siegel, il cui soggetto è tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza di Jack Finney e molto altro ancora. Ma, a parte questo, cos’ho letto? Un romanzo? Forse. Posso dire che in quest’opera, e credo sia una tendenza condivisa da buona parte della letteratura odierna, si tenda a superare la suddivisione classica in generi approdando a una forma ibrida, esito dell’autofiction, con elementi romanzeschi mischiati alla biografia, alla cronaca e alla saggistica. Ed ecco che dall’intertestualità in breve si passa alla contaminazione letteraria. Nessuna traccia di letterarietà qui, nell’accezione negativa riconosciuta al termine e a cui anche Carrère si riferisce nel corso del suo libro che pure mantiene un forte intento letterario. Il contenuto, molto lineare a dire il vero, per sommi capi questo: l’autore appartenente alla buona borghesia parigina con un’esistenza tranquilla senza nulla di sconvolgente – per sua stessa ammissione – è, per converso, affascinato dalla vita avventurosa di un personaggio ineffabile come Ėduard Limonov (scrittore russo conosciuto in Francia, dapprima immigrato negli Stati Uniti, poi guerrigliero accanto ai serbi, fondatore in Russia di un partito oggi fuorilegge oppositore di Putin, arrestato per la sua attività politica) di cui decide di scrivere la biografia. In esergo, proprio una frase di Putin, questa: «Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello. Chi non lo rimpiange è senza cuore», quasi a voler preannunciare una lettura della storia dove tutto si confonde, nulla è semplice e ovvio. Ecco un emblematico stralcio da una conversazione tra Carrère (autofictionale) e Limonov (romanzesco):

«È strano però. Perché vuole scrivere un libro su di me?». Sono colto di sorpresa ma rispondo con sincerità: perché ha – o ha avuto, non ricordo più il tempo che ho usato – una vita appassionante. Una vita romanzesca, pericolosa, una vita che ha accettato il rischio di calarsi nella storia. E a questo punto Eduard dice qualcosa che mi lascia di sasso. Con la sua risatina brusca, senza guardarmi: «Già, una vita di merda».

Nel corso della narrazione, tra cronaca e auto/biografia romanzata, il racconto delle vicende del singolo sembra quasi un espediente per evocare la storia della Russia e dei Balcani dalla Seconda guerra mondiale in poi, con tutti i limiti della prospettiva parziale, squisitamente europea com’è appunto quella di Carrère, ma anche con la volontà di superare tali limiti tramite il tentativo di rendere la complessità delle intricate trame, ferite ancora aperte, traumi collettivi irrisolti. Incontriamo personaggi come Radovan Karadžić, Nikita Chruščëv, Berija, Trockij (Lev Trockij o Leon Trotsky), e ancora Daniel Cohn-Bendit e Sacharov, scienziato che diede il suo contributo alla creazione della bomba all’idrogeno ma che poi lottò per i diritti umani e per questo si vide assegnare il premio Nobel per la pace. Contraddizioni, dicevamo. La lettura scorre nonostante le trecentocinquanta pagine, tra i ricordi personali (veri o presunti, non importa), le riflessioni politiche, vere e proprie analisi su mode culturali o più squisitamente letterarie, rievocazioni sovietiche, la resistenza dei poeti russi, il Samizdat, ovvero i libri autopubblicati per sfuggire alla censura.

Il finale immaginifico, ipotesi sull’epilogo della vita dello scrittore ribelle, merita una citazione:

«Di tutti i luoghi del mondo, continua Eduard, l’Asia centrale è quello in cui si trova meglio. In città come Samarcanda o Barnaul. Città schiantate dal sole, polverose, lente, violente. Laggiù, all’ombra delle moschee, sotto le alte mura merlate, ci sono dei mendicanti. Un sacco di mendicanti. Sono vecchi emaciati, con i volti cotti dal sole, senza denti, spesso senza occhi. Portano una tunica e un turbante anneriti dalla sporcizia, ai loro piedi è steso un pezzo di velluto su cui aspettano che qualcuno getti qualche monetina, e quando qualche monetina cade non ringraziano. Non si sa quale sia stata la loro vita, ma si sa che finiranno nella fossa comune. Sono senza età, senza beni, ammesso che ne abbiano mai avuti – è già tanto se hanno ancora un nome. Hanno mollato tutti gli ormeggi. Sono dei relitti. Sono dei re. Questo sì che gli piace.»

Sappiamo che non è stato così. Limonov (quello vero), già assurto a personaggio letterario, se l’è portato via un brutto male. Per il resto mi toccherà verificare. Leggerò l’autobiografia dello scrittore. C’è d’aspettarsi un alto livello di contaminazione, come in un film di spie russe. Ma anche questa è solo un’ipotesi.

Giusi Sciortino

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