I baffi e lo smottamento dell’identità

Mentre molti lettori recensiscono Yoga di Emmanuel Carrère, io decido di occuparmi di I baffi (Adelphi, 2020, prima edizione 1986) nell’ultima traduzione in italiano disponibile, uno dei primi romanzi dello scrittore francese tanto breve quanto stimolante: solo centocinquanta pagine. All’inizio, la lettura è uno spasso, leggera, ironica, arguta, poi, man mano che si procede nel vortice dell’incalzante flusso di coscienza del protagonista, la materia narrativa si fa sempre più disturbante. Mentre «ogni semplice osservazione relativa a un passato comune rischia(va) di produrre un nuovo smottamento», tutto precipita e, senza fatica ma con crescente sbigottimento, si arriva al finale scioccante. Oserei definire pirandelliano il tema trattato: l’identità che si costruisce e legittima a partire dallo specchio individuato nell’altro, l’Io visto dall’interno e dall’esterno, Uno, nessuno e centomila, in pratica. Nel momento in cui si verifica l’evento imprevedibile che provoca un’incrinatura nelle fragili certezze quotidiane, l’intero sistema cognitivo con cui la realtà viene esperita traballa pericolosamente. Nella fattispecie, il cambiamento è innescato da un fatto minimo: un innocuo taglio di baffi. Così, una volta smarrito quel «vago senso di sicurezza sociologica, la sicurezza di essere al suo posto, reperibile, riconoscibile» come i rifiuti dei ricchi sfaccendati, persa l’identificazione nel ruolo conquistato all’interno del gruppo sociale di riferimento, cos’altro rimane all’individuo spersonalizzato? Quando nessuno è più in grado di soddisfarlo nell’intimo bisogno di accettazione, appena parenti, amici, colleghi di lavoro mettono in dubbio il suo senso di appartenenza, egli non può che dubitare perfino della sua stessa esistenza, almeno nel modo in cui ritiene di comprenderla. In quest’asimmetria cognitiva che mi ha fatto venire in mente L’ignoranza di Milan Kundera, fermarsi troppo a riflettere, ambire alla consapevolezza del sé più profondo, può essere controproducente; si rischia di rimanere ai margini della società del benessere occupata a produrre, incapace di accogliere i lati più fragili dell’esistenza umana, il dolore innanzitutto – per ogni malattia, malessere esiste la pillola magica che tutto risolve, senza alcuno sforzo –; al di fuori dalla norma di una civiltà che all’attenzione per l’individuo predilige la (non)cultura di un ossessivo individualismo, è facile divenire elemento di disturbo, pericolo pubblico da eliminare, pertanto. Esercitare il dubbio, attuare o anche solo accettare una piccola rivoluzione che scalfisca i sottili ingranaggi che regolano le norme comportamentali condivise dalla collettività può compromettere il labile equilibrio psico-emotivo della persona, condurre a pazzia certa. Ci vuole poco a travalicare la sottile linea tra sanità e follia, passare dalle piccole fissazioni comuni a vere e proprie manie di persecuzione, paranoie, fino a vedere complotti immaginari (oppure reali) a ogni piè sospinto. Tanto basta ad attirare il marchio dell’asocialità. Questa una delle possibili chiavi di lettura del testo, tuttavia non l’unica. Il libro, pur essendo uscito alla fine degli anni Ottanta, s’inserisce perfettamente nella tradizione del primo Novecento: ne accoglie il fascino per l’irrazionale, la curiosità per le tematiche connesse alla psiche, l’interesse nei confronti del caos di vita e forma, il relativismo. Pirandello l’ho già nominato, penso a Kafka, dunque, e al teatro dell’assurdo. E poi al tema della rappresentazione della realtà, al suo carattere soggettivo, specialmente nell’arte. Non mancano i riferimenti al cinema, per esempio al film La gente mormora; un chiaro omaggio al surrealismo è l’accenno al gioco del cadavre exquis, pratica collettiva in cui si compone una frase rispettando la sequenza sostantivo-aggettivo-verbo-sostantivo-aggettivo. L’esito della casuale associazione tra le parti del discorso, anche se apparentemente illogico, in realtà, tramite l’imprevedibile accostamento di significanti ottiene inediti effetti di senso, oltre a una sottile connessione tra i giocatori. L’elemento irrazionale, appunto, applicato, seppur a fini ludici, alla scrittura. È il caso a produrre le cose ordinarie e le inconcepibili, entrambe atte a generare l’inaspettato, il difforme che viola le regole della verosimiglianza offrendo spunti per la creazione del fantastico tradotto dall’artista nel proprio specifico linguaggio. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere su un giornale la storia di un uomo che per dieci anni – così mi pare di ricordare – ha ricevuto ogni giorno una pizza mai ordinata. Incredibile! Ci ho scritto su un racconto, qui. In effetti, può capitare che si verifichi «un guasto, insieme abominevole e discreto» visibile a tutti oppure esclusivamente al pazzo «unico testimone di un crimine». In quest’ultimo caso converrebbe, forse, al malcapitato assentarsi per un po’, non pensare più a niente, lasciar correre. Poi andare dall’altra parte del mondo, a Hong Kong o, perché no, a Macao. Infine, rischiare, dimenticare, perdere tutto. Alleggerire, eliminare il superfluo, scarnificare, ridurre all’osso. Letteralmente.

Giusi Sciortino

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