Taras Ševčenko: il mitico aedo eroe nazionale ucraino

Poeta, umanista e pittore ucraino, cantore del suo popolo, eroe rivoluzionario ante litteram che dedicò l’esistenza all’arte e all’emancipazione personale e a quella di un’intera nazione: tutto ciò è stato Taras Ševčenko. Praticamente sconosciuto in Italia, ho avuto modo di apprezzare l’Antologia di opere di Taras Ševčenko (Prova d’Autore, 1990) a cura di Mario Grasso, poeta e studioso che ne firma sia il saggio introduttivo che la traduzione di brani tratti da diverse opere. Proprio per la rarità degli studi in italiano dedicati all’autore (nel 2015 è uscito per Mondadori Education Taras Sevcenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, a cura di Oxana Pachlovska e Giovanni Brogi), oltre che per le bellissime tavole con documenti, dipinti, incisioni, scritti autografi e disegni a matita dello stesso Ševčenko a corredo del volume – prezioso già dalla veste editoriale –, ritengo questo libro a cura del poeta siciliano, a sua volta tradotto in russo da Oxana Pachlovska, un vero gioiellino.
La biografia di Ševčenko merita un cenno a sé, dato che sarebbe impossibile scindere l’opera dalla vita, la poetica dal particolare contesto storico in cui si sviluppa. Nato nel 1814 in un villaggio del governatorato di Kiev, figlio di servi della gleba, rimasto orfano da ragazzo, Taras Ševčenko comincia a dipingere quand’è ancora un semplice pastorello (questo particolare ricorda la leggendaria vita di Giotto). Ma il destino ha in serbo per lui ben altro. Infatti, il padrone lo porta con sé a San Pietroburgo e, grazie alla vendita di uno dei suoi quadri, lo riscatta. Ottenuta la libertà, il giovane artista comincia a dedicarsi alla poesia. Influenzato da Puskin e Gogol, scrive in ucraino e russo, inizialmente opere dal carattere popolare. Dopo gli anni trascorsi a San Pietroburgo, matura idee democratiche e rivoluzionarie; dunque, torna in Ucraina. Dopo essere entrato a far parte di una società segreta, Ševčenko subisce l’arresto e il confino, oltre all’odioso divieto di scrivere e dipingere. Alla morte dello zar, gli viene concesso di tornare a Mosca e San Pietroburgo. Tra nuove restrizioni e scritture, si spegne nel 1861. L’importante eredità letteraria costituita dalle opere di Taras Ševčenko, importantissima nella formazione della moderna lingua ucraina, è considerata oggi la base della letteratura del suo Paese. Non a caso, dopo l’indipendenza ucraina le statue di Lenin sono state rimpiazzate da quelle dello scrittore col cui nome si sono ribattezzate le strade delle città.
La sua poesia dai toni elegiaci, ma anche impregnata di realismo, è parte integrante dell’azione politica di rivendicazione della libertà di tutti i popoli dell’allora Impero russo. Tra gli argomenti che hanno a che vedere con l’aspirazione alla lotta popolare, l’impegno civile e politico, s’inseriscono vivide descrizioni di elementi naturali – il fiume Moscova, il Dnepr, la foresta, i gufi, gli astri –, le visioni della terra amata di Kiev e le descrizioni di San Pietroburgo, «la città immensa». L’afflato rivoluzionario sgorga tramite una sorta di chiamata, proprio come accade con l’ispirazione artistica: «Alle luci dell’alba io uscivo dalle fosche foreste deciso senza appello a squarciarmi la gola. Improvvisamente sospesa nel cielo, io vedo l’alta grande e santa Kiev» (da Il forzato).
I canti del poeta, però, se li porta via il vento della steppa dove passano i nomadi Kirghisi e poveri derelitti, del tutto simili a lui. L’esule assetato di libertà, rappresentato come cieco, ignorato da tutti, deriso e maledetto, vagabondo, con l’unica compagnia di un liuto e il ricordo impresso nella mente del Dnepr e degli spazi sterminati dove «la libertà cosacca / nacque e crebbe», vaga «verso le terre straniere / dunque, verso il dolore». Ottenere degna sepoltura in terra ucraina – l’unica benedetta –, essere ricordato: questi i suoi unici desideri. Sono stati entrambi esauditi.
L’elemento romantico in questa poesia attiene alla nostalgia del tempo che passa, alla gioventù trascorsa tra abbandono e disperazione, ai sogni di libertà di uomini costretti a «mietere il grano degli altri» e povere servette con mani rugose e ginocchia pesanti. Poesia fondamentalmente civile, certo, che nella rievocazione della prigionia, della crudeltà della condizione di schiavo prima e quella di forzato dopo, riconosce il valore «dell’ardito patriota» che prefigura già il suo destino fin da quand’è un bambino affezionato ai libri: «perché la gloria / è la promessa della mia anima».
È possibile rintracciare nei versi di Ševčenko una specie di fatalismo: «l’uomo Dio L’ha punito, / e lo castiga ancora… / la gente, simile alle canne, si curva / al soffio del vento». Il futuro non è altro che un miraggio, «uno costruisce la strada / un altro la rovina»; il Dio invocato, piuttosto che un’astratta entità consolatoria, rappresenta la fragile giustizia in questa terra dura, sede provvisoria dell’uomo, dove «madri a cottimo» vanno «a guadagnare il pane dei poveri» a costo di sudore e lacrime. La parola poetica che annuncia profezie laiche di ribellione contro le vessazioni, è soprattutto attività politica. Chiaramente, il ricorso alle Sacre Scritture, al culto della Vergine e di Cristo propri della civiltà cristiano ortodossa, acquista forti valenze simboliche. Lo stesso si può dire circa i riferimenti ai personaggi storici che rimandano metaforicamente al tempo vissuto dal poeta.
Per esempio, ne I neofiti l’allegoria dei cristiani perseguitati da Nerone è volta a denunciare le misere condizioni del popolo ucraino oppresso dall’arroganza del potere zarista.
Nel poema Caterina si narra la vicenda della ragazza ucraina «Bella dalle ciglia nere» rimasta sola con un figlio «bastardo errante», sedotta e abbandonata dal soldato straniero, un chiaro riferimento all’Ucraina ingannata dall’Impero russo.
Si denuncia la tracotanza dei potenti anche ne L’Eretico, ovvero Jan Hus, teologo, riformatore religioso boemo e rettore all’Università di Praga bruciato al rogo nel 1415 per essersi pronunciato contro il papa e la corruzione del clero: «chi è morto senza la sua bolla / va all’inferno; ma tu paga / due volte il prezzo / – ammazza tuo fratello». L’eretico al rogo come Cristo invoca Dio affinché perdoni i suoi aguzzini. Anche in questo caso l’intento dell’opera è denunciare l’empietà del potere.
La rilevanza della poesia di Ševčenko consiste, oltre che nel suo intrinseco valore artistico, nell’aver posto le basi identitarie di un intero popolo di cui ha saputo interpretare le istanze democratiche. Per lo stesso motivo è stata avversata e censurata. Potenza della parola. La capacità di penetrare nelle coscienze delle masse, d’influenzarne opinioni, gusti, credenze (appannaggio dell’arte un tempo, dei mass media oggi), rimane uno dei nodi cruciali dell’esercizio del potere. Può sembrare pleonastico ribadirlo, ma leggere il passato è fondamentale per decifrare correttamente il presente. Ogni generazione ha il dovere di preservare e custodire la propria memoria storica, ma anche di costruire il futuro vigilando sulla garanzia dei propri diritti. Bisogna sempre avere il coraggio di denunciare i soprusi, lottare per la libertà. Ricordiamolo tutte le volte in cui si deciderà di fissare l’ulteriore «taglia di cui saranno colpiti / i padri e i familiari» perché, in fondo, nella storia le cose non cambiano mai più di tanto e «l’uomo stupido niente fa e niente decide».

Giusi Sciortino

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